"Non rinunciate a questa società, ma discutetela"

Non ho conosciuto personalmente Lucio Dalla, ma ho imparato a conoscere la sua arte fin dai tempi delle scuole medie.
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Non ho conosciuto personalmente Lucio Dalla, ma ho imparato a conoscere la sua arte fin dai tempi delle scuole medie. L’allora prof di ‘educazione musicale’, già in prima classe, a soli 11 anni, insegnò a noi alunni ad avvicinarci al mondo della musica e delle parole di Dalla. Da lì tanti concerti seguiti fino a poco prima della sua dipartita, e l’incontro con il suo chitarrista, compagno di viaggio e di grandi emozioni di vita, che è Ricky Portera, avvenuto nel 2014. Proprio grazie a Portera è stato possibile per me, avvicinarmi di più alla personalità e all’arte di Dalla, testimone di quanto siano importanti nella vita di ognuno di noi, le inquietudini e sofferenze d’animo, le battaglie interiori, le gioie, le solitudini cercate fino all’essenza, così come interrogarsi sul vero senso di ogni emozione e sentimento che costruisce la propria personalità posta in relazione a Dio, se stessi e il prossimo, che si fa società, cultura di pensiero e quindi arte. Parte da lì, dal valore delle relazioni umane che – come sosteneva Dalla – ‘si basano sull’intreccio di vite e di destini’, la certezza della forza che si sprigiona dalla condivisione. Ecco quindi, che nel premio Humanity Music Festival, dedicato al grande artista raccontato dai suoi amici e colleghi, come uomo ‘geniale’ dalla personalità schiva, dolcissima e complessa, vedo la saggezza del tempo, che prende forma rendendo onore all’ascolto e alla riflessione sui pensieri di Dalla, che condivisibili o no rappresentano la sua arte. ‘L’opera d’arte di un individuo – diceva lui – è la sua stessa vita, per cui è necessario spendersi al punto di gestirla in maniera totale. La scelta di farlo o meno, è il momento più difficile dell’esistenza di un uomo’. Oggi per me, l’eredità artistica di Lucio Dalla, è tutta nella sua stessa anima, e in quel mistero di presagio divenuto arte, che riporta ogni essere umano dall’animo coraggioso, ad ammettere di essere in bilico sulla terra e in costante ricerca dell’equilibrio del Cielo.

Di seguito, l’intervento di Lucio Dalla (riportato in modo quasi integrale) alla presentazione di un libro, in Sardegna, nel marzo del 2009.

“Qualcuno (…) sta procedendo a creare una mutazione nel Dna, seria e profonda. Con la scusa di andare avanti ci fanno tornare indietro…. ma in tutto questo, non fottono me, mi fa ridere, non mi spaventa, ho 66 anni, ma credo si possano fottere i 15enni, 16enni, se non hanno persone che pagando per conto proprio, li garantiscono che la vita non è solo quella che fa vedere la televisione. La vita è più di un milioni di anni che è un vento che sfiora. (…) Non avete un’idea di come diventa bello se non bellissimo, il piccolo, confrontato a tutti i sistemi che oggi vanno per la maggiore, a una serie di istituzioni che sono quasi diaboliche come spesso fa la televisione con grandissime prese in giro che però hanno un significato per darci la misura di quello che è il respiro del mondo oggi. Certo non è il respiro di un popolo. Il popolo è sottostante è subalterno, siamo costretti a vederli perché per quanto sia finto, il televisore è una luce. Anche i nostri antenati lo avevano si chiamava caminetto, quindi si mettevano lì e si scaldavano. Poi ragionavano loro, non il fuoco. Oggi la televisione ragiona lei e noi siamo spettatori costretti, succubi. In qualche modo schiantati contro una parete o una poltrona. Benedetto il sonno che ci coglie e rende immuni da una specie di castigo nucleare che è una gestione della comunicazione che non passa più attraverso il popolo, ma prende la reazione del peggio del popolo. Il mio non è un discorso conservatore assolutamente. Credo che dobbiamo fare i conti con il mondo che c’è ma anche metterci nelle condizioni di combatterlo nei suoi momenti negativi. Non dobbiamo essere subalterni o succubi o destinatari di messaggi che a volte è meglio non ricevere. Questo non significa che è meglio spegnere tv o radio, ma è necessario avere un minimo di lucidità per capire: questo è fatto per me, costruito da quelli come me o questo è fatto dai miei nemici. Questo è un distinguo che ogni scuola deve mettersi in condizione di insegnare soprattutto ai più giovani. E’ quello che permette di non cadere nella trappola per volpi stupide e cieche come a volte siamo noi, e di conservare quel minimo o massimo di autonomia che ci consenta di giudicare o pensare ai giorni che verranno come qualcosa di serio e non una buffonata. (….) Concepire i giovani senza la loro naturale tendenza ad essere un fenomeno eversivo? Perché deve essere quieto? Benpensante o rincoglionito? Il Potere per farlo così, ha bisogno di stordirlo, perché non vuole più un fenomeno reattivo, perché è abituato a considerare i giovani come elemento da legargli le ali. Ai giovani è proibito di fare un sogno vero, di volare. Ecco ubriacamento, pastiglie. I giovani non devono pensare, così vengono dati loro specchi che non manifestano la loro verità. L’integrità del giovane è un ossimoro. I giovani ‘non devono essere integrati’ (…) non dobbiamo essere tutti uguali, avere gli stessi ritmi, gli stessi sogni. Il Potere sogna di avere essere umani uguali, che sia facile metterli in un armadio, in una scatola, ma in una scatola si sta male. (…) L’album Canzoni – per me, il meno rappresentativo – vendette tantissimo, 1 milione e mezzo di copie. Perché la gente vuole leggerezza, quando invece L’anno che verrà è amara. (..) Mi piaceva quando c’era la possibilità di discutere con la gente che ti comprava. Chiaro compravano il mio disco e quando lo compravano il mio sogno era che lo discutessero. (…) Non rinunciate a questa società. Ma discutetela, combattetela. Ricordate che il vero maestro deve mettere sull’avviso. La non conoscenza sembra una distrazione di chi ne è vittima, ma è una distrazione dei maestri. (…) Sono credente, mi sento cristiano. Per fortuna c’è nascosto, nell’anima, anche la più confusa, qualcosa di vitale, che è l’insegnamento di Cristo che dice che è attraverso la privazione che si riesce a capire il mondo, non attraverso la pubblicità. Dobbiamo abituarci alla privazione, non essere costretti a comprare tutto quello che ci dicono di comprare, perché comprare il minimo porta via due soldi, ma aderire ai loro segnali è delittuoso. Cerchiamo di capire chi ci mette la supposta dietro, le intenzioni. Non parlo di malignità. Non c’è dubbio che il potere sia deprecabile sempre qualsiasi tipo: sinistra, destra, sopra sotto. Ma dobbiamo desiderare di esserne esenti noi, come protagonisti. (…) La povertà spesso non è umiliante come la ricchezza. Avere qualcosa che gli altri non hanno è umiliante, terribile. Grande fiducia nelle possibilità che ognuno di noi ha, anche di modificare il mondo. Questo è bello, ma per modificarlo in senso buono dobbiamo averne un grande rispetto. Noi artisti dobbiamo avere un grande rispetto. Di chi? Di chi vive il mondo, degli esseri umani espressione del collettivo. Dell’anima collettiva che pulsa in continuazione, dobbiamo avere un senso di responsabilità che non ci vieti di sbagliare perché è bellissimo sbagliare. Se non sbagliamo vuol dire che non proviamo a fare, se non proviamo a fare non sbagliamo, se stiamo fermi siamo quello che il potere vuole che siamo.”Lucio Dalla

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